- L'ANIMATORE: COMPAGNO DI STRADA 2.1. LA FIGURA DELL'ANIMATORE 2.1.1. Premessa Il cristiano diventa educatore quando, approfondendo la propria vocazione battesimale, scopre qualcosa di grande e di bello da comunicare e donare; o meglio: "Qualcuno da incontrare". Dentro la percezione di questa vocazione, l'animatore colui che coglie nella storia della propria crescita, una particolare attenzione nei confronti della Parola di Dio nella vita della Chiesa, attraverso la quale si sostiene e approfondisce la propria sensibilit educativa. La figura dell'animatore si delinea attraverso alcune aree strettamente interagenti fra loro: L'identit. Il servizio che l'animatore svolge va collocato nell'ambito del suo "essere" cristiano, chiamato al dono della propria vita, in quanto: a) collaboratore di Dio b) discepolo di Cristo c) educatore nella Chiesa. La fisionomia dell'animatore. L'animatore la matura continuamente nella dimensione: a) personale b) sociale c) ecclesiale. La formazione. Costruendo se stesso, anche in vista del servizio ecclesiale, l'animatore cura le proprie capacit pedagogiche e si adopera ad accrescere competenza ed impegno nei confronti dei fratelli pi giovani, attraverso: a) la maturazione interiore b) le virt educative c) le conoscenze e competenze. La spiritualit. L'animatore, come ogni cristiano, cresce nella dimensione spirituale attraverso il confronto con la Parola di Dio e la partecipazione alla vita liturgica della Chiesa, modellando la propria personalit alla scuola dell'Eucarestia che lo pone al servizio della comunit: a) risposta ad una chiamata b) partecipazione alla Pasqua di Ges c) servizio per una comunit di persone. 2.1.2. L'IDENTITA' DELL'ANIMATORE L'origine dell'educatore cristiano coincide con il Battesimo, il cui richiamo non coinvolge tanto delle conoscenze, quanto piuttosto l'irruzione della Sapienza di Dio. a) Collaboratore di Dio In Dio, primo educatore del suo popolo e di ogni persona, trova autentica "radice e forza" ogni atto educativo (cfr. ChL 61). * La storia di Israele appare caratterizzata da questo continuo incontro di amore che per Dio paziente coinvolgimento, finalizzato a far camminare Israele sulle sue vie, secondo il suo progetto di esistenza. * Un processo educativo graduale e progressivo, conduce le persone verso una significativa responsabilizzazione nei confronti della crescita propria ed altrui, segnato da proposte e provocazioni significative, guidato con sapienza e realizzato con pazienza. * Uno stile educativo, modellato su quello del Signore, mira all'intero popolo, ma anche alla singola persona (come Mos, Davide, Geremia...). b) Discepolo di Ges Ges, rivelazione piena del Padre, ne porta a compimento l'opera educativa, dando ad essa nuovo fondamento. Per l'animatore non c' altra scuola che porsi alla Sua sequela. L'atteggiamento di Ges si manifesta anzitutto come condivisione della vita, cammino fatto insieme, conoscenza profonda del cuore dell'uomo; ma anche esprime chiarezza sul significato della propria missione, radicalit esigente nel porre traguardi, decisione instancabile nel proporre a chi lo ascolta di seguirlo. * Ges cura con particolare attenzione il gruppo dei Dodici, ma non trascura le folle, n i singoli; pronuncia grandi discorsi, ma non evita i dialoghi ed i rapporti interpersonali, arrivando anche, quando necessario alla correzione ed al rimprovero (Pietro, Simone fariseo, ecc.). * L'impegno educativo di Ges comprende ovviamente l'istruzione, ma non si esaurisce in essa: infatti prima di tutto un agire sapiente che valorizza e privilegia la relazione personale. Accetta anche di poter essere incompreso dai suoi stessi discepoli; addirittura sperimenta il fallimento (Giuda), ma anche accoglie chi sbaglia, donando nuova fiducia per il cammino futuro (Pietro). * Ges si compromette totalmente con l'uomo nella sua Pasqua di morte e resurrezione. L'Eucarestia, fonte e culmine della vita cristiana, manifesta realmente il suo donarsi ed la grande presenza (= memoriale) del dono; e la scelta viene espressa nel gesto della lavanda dei piedi (Gv 13,15: "Vi ho dato l'esempio"), come servizio educativo da accogliere, vivere e riproporre per sempre. Ges promette e dona ai suoi discepoli, come maestro interiore, il suo Spirito, il quale con la sua presenza vivificante educa al dinamismo vivo dell'ascolto, della fiducia, dell'amicizia, della crescita, della partecipazione alla missione. c) Educatore nella Chiesa La Chiesa, madre e maestra, chiamata a collaborare a questa incessante opera educatrice del Signore: per fare proprie le esigenze e le aspirazioni di tutti gli uomini, per far incontrare il vangelo della salvezza, per far crescere la fede, per guidare all'operosit nell'amore, per sostenere e dare speranza a chi vive momenti di difficolt. * Le finalit dell'educazione cristiana son ben delineate nel Concilio: "Essa non comporta solo quella maturit propria della persona umana, ma tende soprattutto a far s che i battezzati, iniziati gradualmente alla conoscenza del Mistero della Salvezza, prendano sempre maggior coscienza del dono della fede che hanno ricevuto" (cfr. GE 2). * Questa missione di tutta la Chiesa, nel suo insieme e nelle sue diverse articolazioni (diocesi, parrocchia, piccole comunit, famiglia) e componenti (ministri ordinati e laici, genitori, operatori nella scuola e nelle aggregazioni formative). * La Chiesa educatrice quando, nella sua missione, vive secondo la misericordia di Dio e segue lo stile di Ges, conservando sempre viva la passione per il Regno, nella ricerca dei pi deboli e dei poveri. 2.1.3. LA FISIONOMIA DELL'ANIMATORE L'animatore riconosce di aver ricevuto un dono (= talento educativo) grazie alla testimonianza e all'opera educatrice della chiesa e sente la responsabilit di continuarne la missione impegnandosi ad essere "servo" dell'amore di Dio in una comunit storica di uomini e di donne. Per questo si impegna a crescere particolarmente nelle qualit che, a partire dalla sua esperienza ed identit, gli consentono di essere testimone del Vangelo e della comunit ecclesiale. Da questo punto di vista approfondisce tre ambiti. a) Ambito personale L'animatore riconosce e coltiva le proprie doti e potenzialit (l'intelligenza e l'intuizione, il gusto della ricerca e del sapere, lo stupore della scoperta... l'espansione di s verso gli altri, l'accoglienza, la tenerezza, la solidariet... la forza e l'armonia, la sensibilit, la sessualit...), tutte forze che egli impiega e valorizza all'interno della propria ricerca e scelta vocazionale. Conosce ed accetta i propri limiti (paure, ansie, insicurezze, difetti fisici, mancanza di doti che sarebbero molto utili...) e si impegna inoltre a superare i punti deboli (le fragilit di temperamento, l'orgoglio, il desiderio di apparire, l'auto-sufficienza, la soddisfazione di ogni bisogno che lo inducono a consumare egoisticamente per s la relazione con le persone e con le cose). L'animatore, cosciente del fatto che la vita pu essere repressa ed ostacolata, oppure pu essere stimata, accolta, liberata, sceglie di vivere per l'autentica libert. consapevole che ogni giorno deve valutare s stesso e riaprirsi a Dio che lo ama radicalmente e che lo invia, come un suo dono, ai fratelli pi giovani. Non si esalta per le qualit che possiede, non si abbatte per i suoi limiti, ma con semplicit mette al servizio degli altri le proprie energie ed il proprio tempo. b) Ambito sociale L'animatore si riconosce nella relazione gratuita, sullo stile di Ges e si presenta nella societ come un educatore: una persona che, in un tempo di crisi dei processi formativi, raccoglie la sfida di operare rivalutando ed inventando luoghi, esperienze e forme di rapporto e comunicazione che consentano di consegnare il patrimonio di umanit e di fede costruito dalle generazioni passate e di svegliare le risorse personali dei giovani sui binari della continuit e della creativit. Si impegna a vivere la sua esperienza di animatore, trovando equilibrio tra diverse polarit: tra condivisione e distanza, tra simpatia ed autorevolezza, tra il vissuto personale e i valori, tra orientamenti comuni ed originalit di ciascuno. c) Ambito ecclesiale L'animatore partecipa alla vita ecclesiale non soltanto conoscendola o credendola o interpretandola, ma soprattutto condividendola, accogliendola ed amandola. Egli sa bene che nella Chiesa ci sono diversi carismi e ministeri, diverse attivit e servizi, ma Uno solo Dio che opera tutto in tutti e a ciascuno data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilit comune (1 Cor 12,6-7). Riceve dalla Chiesa il compito di educare alla fede fratelli e sorelle pi giovani. Sa che questo il suo servizio nella Chiesa: sollecitarli a maturare insieme come cristiani, anche attraverso l'esperienza del gruppo. Vivere la Chiesa significa anche non accontentarsi dei "soliti", o dei "pochi ma buoni", ma apertura e preoccupazione per tutti; vuol dire chiedersi non solo "quanti vengono", "come sono quelli che vengono" e "se sono capaci di andare", ma anche "quali sono le cause per cui non vengono". 2.1.4. LA FORMAZIONE DELL'ANIMATORE L'animatore una persona che testimonia i valori perch ne fa esperienza in un cammino di maturazione costante. Non si considera mai un "arrivato"; si mantiene sempre aperto al nuovo e disponibile a cambiare, modificando anche precedenti impostazioni e schemi personali. Sa che ci possono essere incontri che accompagnano il cammino di formazione (la direzione spirituale, il confronto del gruppo animatori), altri che trasformano la vita, persone che arrichiscono, approfondimenti che consolidano. Ecco la formazione permanente, diretta sia allo sviluppo integrale del cristiano adulto (integrazione fede-vita anche a confronto con i coetanei, le situazioni ed i problemi della propria et ; approfondimento della propria vocazione e della ministerialit laicale...) sia ad affinare la "competenza" di animatore. Tre sembrano le prospettive qualificanti: a) La maturazione interiore procede nel ritmo dell'integrazione fede-vita e di conseguenza esige la formazione della coscienza cristiana. In tale luce l'animatore impara a riconoscere i progressi, le fatiche e le difficolt sue e di quanti egli aiuta con il suo servizio. Il suo impegno educativo va sempre meno misurandosi sulle riuscite personali e sempre pi radicandosi e unificandosi nel corrispondere alla chiamata di Dio. Cos egli diventa docile e attento a leggere con gli occhi della fede i segni dei tempi e dei luoghi (cfr. Ch L 63), disponibile e capace di scelte per affrontare il domani secondo criteri evangelici. b) Le virt educative sono frutto della maturazione interiore e vengono richieste dal compito specifico svolto dall'animatore. Egli non si contenta delle proprie capacit, ma si prende cura di incarnare uno stile educativo. A tale fine si sforza di acquisire come atteggiamenti abituali e peculiari: l'umilt e la fortezza, la sincerit e la perseveranza, la pazienza e la benevolenza, la generosit e il dominio di s; la solidariet e la gioia; senza trascurare ogni buona qualit umana (Fil 4,8). Attraverso tali virt si manifesta nel suo agire la carit cristiana, dono supremo dello spirito (Cor 13,1-13). c) Le conoscenze e competenze sono da coltivare continuamente in funzione del servizio educativo. In ordine alla responsabilit affidatagli, l'animatore cerca di approfondire in modo adeguato la propria fede e la cultura del suo tempo. D'altra parte la competenza tecnico-operativa aiuta l'animatore a rendere efficace l'azione educativa in ordine alla programmazione di interventi mirati e in vista dell'animazione dell'ambiente concreto in cui egli opera. Una formazione costante, curata e approfondita nel tempo in cui si educatore, aiuta a vivere sempre - oltre e dopo il tempo del servizio di animatore - in atteggiamento di ascolto, accoglienza, disponibilit, dono gratuito. 2.1.5. LA SPIRITUALITA' DELL'ANIMATORE L'animatore, da credente, sente l'urgenza di attingere dalla spiritualit le "radici", le ragioni profonde che orientano e danno unit al vivere quotidiano. La spiritualit - in quanto vera esperienza del Dio vivente, ascolto dello Spirito che abita nell'uomo e incontro vivo con Ges che guida il cristiano alla libert, alla vita, alla comunione, - apre e sostiene l'impegno nel mondo e nella comunit cristiana: diventa solidariet, carit e denuncia profetica, e sa essere insieme gioia, gratitudine e speranza. Fonte della spiritualit la frequentazione quotidiana della Parola e la partecipazione alla vita liturgica della chiesa (anno liturgico, sacramenti, liturgia delle ore, preghiera, ecc...). Impegno primario formare la propria vita alla scuola dell'Eucarestia, fonte e culmine di ogni spiritualit cristiana. Punti fermi per ogni animatore sono: a) Vivere la propria vita come risposta personale al progetto di Dio che chiama specificamente a far dono di s attraverso il servizio educativo ai giovani. b) Considerare la partecipazione al mistero della morte e risurrezione di Ges segno esemplare della vita dell'animatore. Egli conosce per esperienza la legge della vita: Se il chicco di frumento non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto (Gv 12,24). Sa che educare passa in definitiva, attraverso la propria inutilit, la propria "morte" e che, man mano che la persona cammina verso la maturit, l'animatore deve venire meno nella sua funzione. La "morte" dell'animatore diventa perci atto generativo vitale che si trasforma, anche per lui, in vita nuova e sempre pi piena. c) Il senso gioioso e responsabile di appartenenza alla comunit ecclesiale. L'animatore sa di appartenere, come membro vivo di un corpo vivente, la chiesa, che concretamente si articola nella propria comunit parrocchiale. In essa cresce nella fede e spezza il "pane" della condivisione e della comunione. la sua comunit che riconosce in lui il dono dello Spirito come animatore, gli affida il mandato di educare, vive e cresce anche attraverso il suo servizio gratuito e fedele; l'animatore sa di non agire, n di vivere per se stesso, ma per la comunit, accettando in particolare la responsabilit verso alcuni fratelli e sorelle. 2.2. TIPI DI ANIMATORI 2.2.1. QUALE TIPO ? Ogni animatore di gruppo svolge il suo servizio di animazione secondo il proprio temperamento: alcuni sono bonari, altri autoritari, altri concilianti, ecc. Questo vero, ma solo in parte, poich nessun animatore si trova a priori e per sempre in un dato tipo di animazione. L'importante per ognuno sapere quali sono le sue tendenze e, quando occorre, cercare di correggerle. Qui analizziamo tre tipi di animatore: - l'animatore autoritario; - l'animatore democratico; - l'animatore bonario o fautore del lasciar-fare. In un progetto educativo che si rivolga alla crescita e allo sviluppo delle persone e dei gruppi, pensiamo che una animazione di tipo democratico, in base alle indicazioni che seguono, sia la pi valida a lungo termine, anche se non sempre sembra la pi efficace a breve scadenza. Griglia di analisi La tavola che segue schematica e un po' caricaturale. Nella realt nessuno ha una personalit cos netta. Ognuno vi metter le sfumature appropriate. ( vedi come animare pp20-21) 2.2.2. TEST PERSONALE PER VALUTARSI COME ANIMATORE Dopo aver individuato e analizzato alcuni tipi di animatore, pu essere ora interessante cercare di darsi una "valutazione" (per quanto sommaria possa risultare) attraverso il seguente test. Il test comprende dodici domande. Ciascuna di queste domande riguarda una situazione precisa e propone tre risposte. Sta a voi collocarvi nel tipo di risposta che corrisponde meglio al vostro comportamento naturale (una risposta per domanda). Dopo la serie di domande troverete uno schema di interpretazione dei risultati. Le situazioni reali sono in genere pi complicate di quelle descritte nel test. Ma speriamo comunque che questo test indicativo possa aiutarvi a inquadrare le vostre tendenze personali e, per questo stesso fatto, a meglio prepararvi al ruolo di animatore di gruppo. evidente che la condizione sar quella di dare delle risposte il pi vere possibili. Ad ogni modo, non si tratta di fare un quadro delle cose migliori, ma di conoscere meglio se stessi. 1. Prima di una riunione ho la tentenza: a) a preparare tutto e a prevedere tutto fino nei minimi dettagli; b) a preparare un quadro generale di incontro; c) a contare prima di tutto sul gruppo. 2. All'inizio di una riunione ho la tendenza: a) ad indicare al gruppo il procedimento che sarebbe bene seguire; b) a proporre parecchi procedimenti alla discussione e alla scelta del gruppo; c) ad affidarmi al gruppo perch trovi lui stesso il procedimento da seguure. 3. Di fronte a idee fermamente opposte alle mie ho 1a tendenza: a) ad attenermi alle mie idee in modo deciso e a volte aggressivo o appassionato; b) a continuare a discutere per approfondire i punti di vista di ognuno; c) a lasciare ad ognuno la propria libert. 4. Quando qualcuno critica direttamente ci che dico o faccio, ho la tendenza: a) a cercare di persuaderlo che ho ragione; b) a porgli delle domande o a rimandare la questione a tutto il gruppo per precisare; c) a lasciare dire, poi a passare ad un altro argomento. 5. Quando il gruppo prende una direzione differente da quella decisa all'inizio dall'insieme del gruppo, ho tendenza: a) a riportare rapidamente e fermamente il gruppo al procedimento previsto senza discussione; b) a ricordare al gruppo le sue prime scelte perch si reinquadri; c) a confidare nel gruppo senza intervenire. 6. In un gruppo, ho abitualmente la tendenza: a) a dire ci che penso fin dall'inizio, indipendentemente da ci che pensano gli altri; b) ad attendere il momento pi favorevole per l'andamento del gruppo, tenendo conto delle mie idee e di quelle espresse dagli altri; c) ad esprimermi come capita, secondo l'umore del momento. 7. In una riunione, ho la tendenza a considerare un conflitto come: a) un brutto momento, da superare il pi presto possibile richia mando con fermezza il gruppo all'ordine; b) una reazione normale di gruppo, che bisogna vivere senza elu derla, anche se e affettivamente duro; c) qualche cosa che si aggiuster da s. 8. Di fronte ad un componente del gruppo che resta silenzioso, ho la tendenza: a) a interpellarlo direttamente perch parli e il gruppo possa sa pere finalmente ci che pensa; b) a stare attento per farlo intervenire al momento opportuno, ma senza forzare; c) a rispettare il suo silenzio, senza accordargli una particolare attenzione. 9. Per conoscere il pensiero del gruppo su di un argomento, ho la tendenza: a) a utilizzare spesso il giro del tavolo, in cui ognuno pu e deve esprimersi; b) a rilanciare la domanda in diversi modi ai vari membri del gruppo; c) a lasciare la parola a quelli che hanno pi facilit di esprimersi, dando per scontato che ognuno pu esprimersi se lo desidera. 10. Nella ricerca degli scopi, punto innanzi tutto: a) sul senso di responsabilit dell'animatore, poich lui il principale responsabile; b) sul senso di responsabilit di ogni membro del gruppo, anche se ci vuole del tempo prima che ciascuno si senta responsabile del gruppo; c) sul senso di responsabilit dei capi naturali del gruppo, che gli altri finiscono sempre per seguire. 11. Percepisco la verifica come: a) un momento difficile da non prolungare troppo, poich deve incentrarsi unicamente sui risultati oggettivi raggiunti dal gruppo; b) un momento difficile, possibilmente arricchente, che deve incentrarsi contemporaneamente sui risultati raggiunti e sul funzionamento interno del gruppo; c) un momento di cui non vedo molto l'utilit. 12. Se l'esigenza del gruppo sfocia in risultati differenti da quelli che ho previsto, ho la tendenza a dirmi: a) un fallimento; b) ci corrisponde forse meglio ai veri bisogni del gruppo; c) peccato, ma e cos. Interpretazione dei risultati Secondo noi, le risposte a indicano una tendenza ad animare in modo autoritario; le risposte b indicano una tendenza ad animare in modo democratico; le risposte c indicano una tendenza ad animare in modo compiacente o al lasciar fare. Se avete - da 10 a 12 risposte a: attenzione, dannoso autoritarismo; - da 6 a 9 risposte a: sorvegliate bene le vostre tendenze profonde a voler guidare tutto; - da 1 a 5 risposte a: qualche tendenza autoritaria da sorvegliare; - da 10 a 12 risposte b: animatore democratico ideale; - da 6 a 9 risposte b: avete in mano buone carte per animare demo craticamente un gruppo; - da 1 a 5 risposte b: ancora parecchio cammino da fare per animare in modo democratico; - da 10 a 12 risposte c: siete in pieno lasciar fare e non rispettate il vostro ruolo di animatore; - da 6 a 9 risposte c: avete forti tendenze a lasciar andare le cose cos me vanno; - da 1 a 5 risposte c: da sorvegliare alcune tendenze al lasciar correre. 2.3. LA PERSONA DELL'ANIMATORE 2.3.1. UN MODELLO DI FUNZIONAMENTO QUADRIDIMENSIONALE DELL'ANIMAZIONE DI GRUPPO Qui di seguito presenteremo un modello che descrive in modo molto semplificato le quattro funzioni fondamentali di ogni animatore, e cio la stimolazione dell'emotivit, l'espressione della valorizzazione personale, l'offerta di spiegazioni e la strutturazione. Queste quattro dimensioni di comportamento dell'animatore possono servire a esaminare gli aspetti dell'animazione di gruppo in tutti i possibili gruppi. Il modello fu sviluppato da Liberman, Yalom e Miles nell'ambito di una grande ricerca sui gruppi di interazione (1973). a) Stimolazione dell'emotivit Con tale espressione viene indicato un comportamento dell'animatore mediante il quale egli esprime le sue proprie sensazioni, atteggiamenti e punti di vista, e provoca ed entra in confronto con i partecipanti. Vi compreso inoltre ogni tipo di comportamento con cui l'animatore concentra l'attenzione del gruppo sulla sua persona. Un'elevata misura di stimolazione emotiva porta a uno stile molto personale di conduzione di gruppo, per cui l'animatore si trova pi o meno spesso al centro del gruppo, e con la sua influenza personale e con il peso della sua personalit stimola il gruppo a porsi in discussione con lui. Gli animatori che lavorano prevalentemente con la stimolazione dell'emotivit, verranno percepiti da molti partecipanti come carismatici, come sorgente di ispirazione. Se questi animatori fanno relativamente pochi sforzi per aiutare i partecipanti a comprendere meglio il loro comportamento e a decidersi sui cambiamenti di comportamento, e se inoltre non includono nel loro lavoro la disponibilit d'aiuto che i partecipanti possono offrirsi l'un l'altro, allora questo stile diventer sospetto. Uno stile di conduzione di gruppo la cui funzione principale la stimolazione emotiva, sottolinea eccessivamente la centralit della persona dell'animatore e ignora l'importante potenziale del gruppo. D'altra parte non deve essere misconosciuto il fatto che in determinate situazioni e di fronte a particolari partecipanti la stimolazione emotiva pu essere straordinariamente fruttuosa, come stimolo per i partecipanti a scoprire di pi se stessi e a fare un conto maggiore della propria personalit. b) Espressione della valorizzazione personale Questa la seconda dimensione del comportamento dell'animatore di gruppo. Essa si esprime come un prendere le parti o protezione nei confronti dei partecipanti mediante manifestazioni di sentimenti amichevoli e con gesti di simpatia, sostegno, riconoscimento e incoraggiamento. Le basi per una tale condotta dell'animatore sono: calore personale, accettazione del partecipante cos come egli , e un reale interesse verso la sua persona. Gli animatori che esprimono spesso la propria personale stima per i componenti del gruppo, verranno percepiti come generosi, comprensivi, premurosi, simpatici, caldi, aperti e amichevoli. Sono il contropolo degli animatori orientati pi all'uso delle tecniche, decisi, duri, competenti e intellettuali. L'espressione della stima personale senza dubbio la pi importante dimensione di ogni comportamento dell'animatore, poich essa risponde ai bisogni fondamentali dei partecipanti, che sono quelli di appartenenza e di esser riconosciuti e rispettati. Purtroppo nella prassi si vede continuamente che molti animatori simulano questa dimensione, ed esprimono amicizia e comprensione che non sentono: questo accade particolarmente spesso agli animatori che hanno ricevuto una formazione superficiale nelle tecniche di terapia di dialogo e che impiegano questa dimensione di comportamento come requisito tecnico, e non perch essi sentono simpatia o amicizia. Una pseudo-stima limita fortemente la realizzazione dell'interazione personale tra l'animatore e i partecipanti; anzi, persino dannosa. c) Offerta di spiegazioni Si intende qui tutto ci che l'animatore mette in atto per spiegare ai partecipanti i concetti e le connessioni funzionali, perch possano comprendere meglio il proprio comportamento e i processi di gruppo. L'animatore offre ai partecipanti un'adeguata rete concettuale riguardo ai processi dello sviluppo della personalit, all'apprendimento, all'interazione, allo sviluppo del gruppo, e cos via. Alcuni animatori inoltre procedono in modo da rivolgere preferibilmente le loro interpretazioni nei confronti dell'intero gruppo. Essi accentuano cos il processo di gruppo, l'interazione sociale, e stimolano spesso il gruppo a riflettere sulla sua attuale situazione e a prendere in analisi ogni evento del gruppo stesso. Altri animatori invece sono principalmente interessati a far s che il singolo partecipante rifletta sulla sua situazione, comprenda le sue sensazioni, valutazioni, il suo stile di interazione, ecc., avvalendosi di adeguati modelli e concetti psicologici che aiutano il partecipante a mettere un certo ordine nelle sue esperienze. Maggiormente efficaci sono gli animatori che combinano entrambi gli aspetti, mettendo in relazione reciproca il comportamento individuale e quello di gruppo. Gli animatori efficaci utilizzano perci questa funzione in modo coerente ma con misura, per non provocare nei partecipanti reazioni di difesa e per non togliere loro propri sforzi possibili e necessari. Gli animatori che mettono in atto questa dimensione in modo esagerato, uccidono l'interazione e l'iniziativa dei partecipanti. Essi trasformano il gruppo in un seminario accademico. d) Strutturazione Questa la quarta dimensione della conduzione di gruppo. Si tratta del comportamento dell'animatore che pone limiti, propone o definisce regole del gioco, e stabilisce norme che riguardano gli obiettivi di gruppo, lo stile di lavoro, la successione delle diverse attivit e cos via. Tramite strutturazioni l'animatore regola la progressione del gruppo, e il termine di una determinata attivit. Gli animatori che utilizzano di preferenza questa funzione, stimolano i partecipanti pi tramite proposte che tramite la propria dimostrazione. Essi vengono percepiti dai partecipanti come una specie di registi che avviano o fermano l'azione. In pi questi animatori hanno la tendenza a determinare da soli gli obiettivi e a stabilire le vie di come raggiungerli. Con queste quattro dimensioni del comportamento dell'animatore che abbiamo accennato, abbiamo a che fare naturalmente con rappresentazioni di tipo ideale. Ogni animatore in concreto metter in atto sempre qualcosa da tutte e quattro le dimensioni. La combinazione specifica di queste quattro funzioni di conduzione del gruppo conferisce e definisce lo "stile" dell'animatore considerato e decide dell'efficacia del suo lavoro. Sembra che lo stile pi efficace venga messo in pratica dagli animatori che fanno un uso moderato della stimolazione emotiva, esprimono spesso stima personale, offrono sufficienti spiegazioni ai partecipanti e usano con misura la funzione di strutturazione. D'altra parte gli animatori meno efficaci sono coloro che usano o troppo o troppo poco la stimolazione emotiva, che hanno poco interesse nei confronti dei partecipanti, che danno pochi aiuti per la comprensione e che strutturano troppo o proprio per niente. Non si pu per considerare le singole funzioni isolatamente: bisogna, invece, considerarle nelle varie possibilit di combinazioni che esse offrono. 2.3.2. L'ANIMATORE DI GRUPPO EFFICACE Questo paragrafo riguarda conoscenze e atteggiamenti importanti che contraddistinguono un buon animatore. a) Conoscenze Ogni animatore deve avere delle conoscenze ben precise per poter essere utile al gruppo e al singolo partecipante: * conoscenze generale di dinamica di gruppo; * sufficienti nozioni di psicodinamica individuale, per essere in grado di riconoscere le reazioni; * conoscenze specifiche, adatte agli obiettivi specifici del gruppo e ai contenuti trattati; * capacit di osservare le esperienze dei partecipanti nei metodi di gruppo utilizzati. Circa tutte le conoscenze di cui ha bisogno l'animatore, importante che esse - per quanto possibile a seconda della propria esperienza - comprendano anche alcune componenti emotive. Pochissime persone hanno tanta fantasia e intuito da apprendere da soli attraverso lo studio di libri in modo soddisfacente emozionalmente o intellettualmente. Qui di seguito discuteremo importanti atteggiamenti e comportamenti che favoriscono l'efficacia dell'opera dell'animatore. b) Impegno e interesse Un vero e proprio animatore ritenuto tale dai partecipanti se rispetta ogni singolo e si adopera per lui come individuo. Con ci si vuol dire che l'animatore ha un atteggiamento specifico e chiaramente percepibile di attenzione e cura per ogni singolo membro del gruppo. I partecipanti si trovano continuamente in un processo dinamico per stabilire un certo ordine di rango, per esempio secondo le dimensioni di forza e debolezza, competenza e incompetenza, simpatia e antipatia; essi concorrono infatti l'uno con l'altro nei diversi ambiti. Un animatore responsabile in grado di riconoscere questa dinamica e di servirsene costruttivamente, e cio in modo tale che egli stesso non prenda partito per qualcuno e che la sua disponibilit di aiuto per i singoli non lo renda dipendente da come egli classifica, sotto qualsiasi possibile aspetto, un partecipante come migliore o peggiore. Questo animatore non si aspetta neppure che un membro debba reagire a una qualsiasi tecnica di gruppo, e non fa pressione su nessuno perch faccia qualcosa per cui non veramente pronto. Nessun animatore pu ottenere rispetto e simpatia dal gruppo se il singolo partecipante non sa che l'animatore si interessa a lui come persona e rispetta la sua autonomia. Con un tale atteggiamento l'animatore garantisce in modo simbolico l'appartenenza psichica di ogni partecipante, appartenenza che non viene in nessun modo automaticamente garantita dal gruppo stesso. c) Sensibilit Questa qualit dipende dall'interesse dell'animatore per le altre persone e dalla sua capacit di percezione. Sensibilit nel senso migliore del termine la capacit di rinunciare momentaneamente ai propri pregiudizi e preferenze, e di essere pronto ad accettare senza riserve la posizione di un partecipante indipendentemente da come l'altro pensa e sente. Solo l'animatore che possiede sicurezza interiore e un centro personale ha la sensibilit che aiuta realmente il partecipante. Il grado secondo cui l'animatore nella condizione di comprendere un altro, dipende immediatamente dalla sua conoscenza di s e dall'accettazione della propria persona. Se ci si realizza, l'animatore pu comprendere i valori, i fini e le attuali sensazioni di un altro e pu vedere temporaneamente il mondo con gli occhi di costui. Questo atteggiamento presuppone che l'animatore desideri veramente comprendere il partecipante e che si liberi anche dal desiderio di volerlo cambiare. d) Contatto con il processo di gruppo Un buon animatore pu servirsi delle diverse fasi affettive dello sviluppo del gruppo. Deve possedere sufficienti conoscenze circa lo sviluppo del gruppo, ed essere in grado di dirigere il proprio comportamento in modo che tutto ci che fa e dice presti attenzione a ci che succede nel gruppo. Fa parte di queste conoscenze per esempio sapere che all'inizio di ogni gruppo c' minor coesione, che ci si deve rassegnare a ci e non lamentarsene troppo. Si cerca di provvedere a che lentamente si sviluppi un clima di accettazione che renda possibile lo scambio tanto di reazioni ostili quanto di quelle amichevoli. inoltre molto importante che l'animatore osservi quale clima emotivo regna nel gruppo, per poter offrire ai partecipanti gli stimoli necessari per esprimere anche pensieri e sentimenti latenti. Un animatore che sballa continuamente il livello affettivo di un gruppo con i suoi interventi, spinge facilmente i singoli e l'intero gruppo verso una direzione artificiosa che blocca lo sviluppo naturale del gruppo stesso. e) Ottimismo Un buon animatore di tendenza prevalentemente ottimista: egli vede gli altri fondamentalmente in modo positivo. Si basa sul fatto che ogni partecipante responsabile per se stesso e dispone di una grande potenzialit latente. Globalmente egli ha i seguenti atteggiamenti: * sa che l'efficacia della sua attivit dipende tanto da conoscenze e abilit tecniche quanto da specifici atteggiamenti interiori che egli assume di fronte ai partecipanti, come ad esempio comprensione, contatto e rispetto. * Si interessa pi dei partecipanti che non di questioni pratiche. * Considera i partecipanti come soggetti capaci di sviluppo. Contemporaneamente riconosce che essi in parte sono dipendenti e reagiscono in modo corrispondente, per d'altra parte sono anche in grado di prendere proprie decisioni. * Sa di essere interessato alle persone e che desidera un contatto con loro. Animatori non adatti hanno la sensazione di non far parte dei partecipanti e di venire da loro rifiutati. * Osserva gli avvenimenti del gruppo sia domandandosi: "Che cosa significa ci per il partecipante in questione?", sia dalla prospettiva: "Che cosa significa ci per me e per la mia funzione di animatore?". * in grado di mostrarsi apertamente e autenticamente. Cattivi animatori ne hanno paura. f) Permissivit Un animatore interamente equilibrato contribuisce a che i partecipanti possano elevare il loro senso di autostima. Molti vengono nel gruppo con sensi di inferiorit. Questi sentimenti di inferiorit vengono resi presenti o ridestati dall'animatore e/o dagli altri partecipanti. importante pertanto che l'animatore eviti un comportamento autoritario o eccessivamente direttivo, e che sia in grado di comprendere i sentimenti di ogni partecipante che riguardano la sua autorit di animatore e di chiarificarli con loro. Per assicurarsi che tutti abbiano sufficienti possibilit di sviluppo, importante che l'animatore osservi bene il modello dell'interazione di gruppo. Egli deve incoraggiare coloro che partecipano poco all'interazione a contribuire di pi. g) Arte e tecnica Un animatore vivace una mescolanza integrata tra un competente di gruppo e un artista. Egli usa capacit di immedesimazione, sensibilit e intuizione e un certo carisma. Questo aspetto pi artistico della personalit dell'animatore apprendibile in certa misura, e in parte certamente un dono. D'altra parte l'animatore deve avere anche confidenza teorica con i concetti di dinamica di gruppo, di scienza della comunicazione, di psicodinamica, ecc. Ci significa allora che deve collegare le sue doti personali con i concetti teorici del lavoro di gruppo che si apprendono con lo studio e la formazione. h) Comportamento partecipativo Un animatore responsabile cerca di accordare ai partecipanti quanta pi autonomia possibile. Per lui lo scopo di ogni gruppo che il singolo diventi pi libero e autonomo senza dipendenza non necessaria dagli altri. Un animatore che controlla e determina un gruppo troppo a lungo, come un padre possessivo che si rifiuta di lasciare diventare autonomi i figli. i) Disponibilit di adeguamento L'animatore di particolare aiuto al gruppo se adatta il suo stile di lavoro agli atteggiamenti dei partecipanti senza per questo rinunciare alla propria personalit. Se l'animatore apprezza un lavoro in cui ci si confronta, si intender molto bene con i partecipanti che preferiscono uno stile simile. Se per lavora insieme a persone che sono abituate a comunicare con pi circospezione e cautela, gli sar difficile lavorare con il gruppo in modo pi di confronto. In tal caso dovr impiegare con prudenza e con parsimonia interventi di confronto. l) Tolleranza Un animatore sicuro mostra tolleranza nei confronti dei diversi valori, atteggiamenti e modi personali di fare dei partecipanti. Egli rinuncia a giudicare i contributi dei partecipanti. Nello stesso modo rispetta la manifestazione di ogni sentimento; tollera l'espressione di aggressivit, di ostilit e di ira allo stesso modo dell'espressione di amore, tenerezza e di insicurezza. In ogni caso cerca di comprendere l'altro per poter comunicare meglio con lui. Solo se l'animatore pu comprendere i sentimenti interiori del partecipante e le motivazioni del suo comportamento - indipendentemente da quanto esso possa essere confuso, non gradito o addirittura inquietante - sar un buon catalizzatore per il processo di apprendimento di gruppo. m) Coraggio Un animatore di gruppo efficace accoglie coraggiosamente la sfida di nuove situazioni e persone, e sviluppa ulteriormente il suo proprio potenziale umano. Un animatore coraggioso si fida del suo proprio intuito; d'altra parte anche in grado di osservare criticamente il suo comportamento come animatore e di verificare all'occasione le proprie convinzioni e scala di valori. Si apre a nuove visioni che nascono come risultato della sua riflessione. Un tale animatore crede alle proprie possibilit di sviluppo. Sperimenta in accordo con i propri giudizi e senso di responsabilit. Si aspetta e accetta rischi e insuccessi circa la propria persona e posizione. n) Franchezza selettiva Quest'ultimo punto rappresenta per molti animatori un problema difficile. La domanda decisiva suona cos: in quali circostanze e in che misura l'animatore deve esprimere le proprie difficolt personali? Un gruppo esige il massimo della capacit dell'animatore e la sua totale attenzione. Perci l'animatore non deve usare il gruppo come una possibilit per esporre propri problemi non risolti o per ricevere appoggio per le difficolt che ha al momento. Ci sono tuttavia tre eccezioni in cui l'animatore dovrebbe comunicare le proprie difficolt: - quando non in grado di superare un problema emotivo, cos che la sua efficienza nel gruppo nell'insieme fortemente compromessa; - quando cosciente che c' qualcosa tra lui e un partecipante che rende difficile il rapporto; - quando una situazione particolarmente drammatica lo costringe a esprimere i suoi personali sentimenti. Se l'animatore ha una difficolt emotiva, e nota che il gruppo reagisce in modo difensivo e con ansia per la sua limitata efficacia e attenzione, dovrebbe brevemente informare i partecipanti del fatto che egli al momento ha un problema e non pu concentrarsi completamente sul gruppo. Spesso questa informazione sufficiente per eliminare il blocco dei partecipanti e per allentare il disturbo dell'animatore. Se l'animatore vede disturbato il proprio rapporto con un partecipante, dovrebbe comunicarlo sinceramente all'interessato, per individuare insieme con lui come entrambi possano meglio cooperare. Se determinati eventi del gruppo toccano in modo cos forte i sentimenti dell'animatore da fargli aver bisogno di una dose pi elevata di self control per mantenersi tranquillo, allora egli pu esprimere francamente la sua agitazione e parlare delle proprie personali sensazioni, rese attuali attraverso ci che succede nel gruppo. 2.4. COMPITI DELL'ANIMATORE DI GRUPPO Affronteremo ora il tema che riguarda le attivit pi importanti dell'animatore di gruppo, e particolarmente quelle decisive connesse con la preparazione e l'attuazione dell'incontro di gruppo. Faremo distinzione fra compiti centrati in prevalenza sul gruppo e compiti centrati prevalentemente sui partecipanti. 2.4.1. PREPARAZIONE a) Premessa Il successo di un animatore di gruppo dipende in gran parte da una preparazione adeguata. Essa include un'accurata diagnosi della propria persona e del suo ruolo, una diagnosi del gruppo, delle sue aspettative e disponibilit all'apprendimento, e una diagnosi dell'intera situazione di apprendimento. Per quanto riguarda il modo di procedere, l'animatore deve prendere in considerazione diverse alternative, poi decider quale procedimento offre l'aiuto pi grande al gruppo concreto. In certe situazioni potr poi modificare il suo metodo durante il lavoro. La sicurezza acquisita per mezzo di una buona preparazione conferisce all'animatore una certa facilit nel condurre il gruppo e gli d la possibilit di presentare l'insieme delle sue proposte di lavoro in modo informale. In tal modo favorisce un clima che incoraggia a comunicare informazioni e sentimenti. L'animatore di gruppo deve porsi alcune domande fondamentali. Esse suonano molto generali, ma se non se le pone sar facile che in seguito sorgano spesso frustrazioni per lui e per il gruppo, soprattutto nel caso in cui non si raggiungono gli obiettivi a cui si tende. b) Chi sono io nei confronti di questo gruppo? Anzitutto va posta questa domanda che deve definire l'identit dell'animatore nei confronti del gruppo concreto. L'animatore deve domandarsi seriamente chi in relazione al gruppo. Ha nel gruppo un ruolo legittimato? Quale? Come influenzer la sua capacit di azione? Quali saranno gli interventi che potr fare? Le risposte a queste domande determineranno il livello a cui inizia. c) Chi c' nel gruppo? inoltre importante sapere chi ci sar nel gruppo. In quale misura i partecipanti saranno ancora disponibili ad accettare processi e dinamiche educative di gruppo? Hanno gi fatto parte di simili gruppi in precedenza, oppure questo il loro primo gruppo di interazione? Come vivranno questa particolare situazione? Vengono volontariamente al gruppo o sono obbligati ad andarci? In quale misura i partecipanti si conoscono a vicenda e quali esperienze precedenti hanno gli uni degli altri? Quanto omogeneo o eterogeneo il gruppo? Come reagiranno i partecipanti alla mia persona, al mio stile di animatore di gruppo e alla mia personalit? Tutte queste domande sono importanti, perch le risposte ad esse danno delle indicazioni sulla possibilit e disponibilit alla partecipazione. d) Quali sono i miei obiettivi? importante che l'animatore si ponga obiettivi ben chiari. Se egli pensa solamente: "Vorrei aiutare i partecipanti", oppure: "Questo un buon gioco d'interazione per il gruppo", i suoi obiettivi non sono n chiari n sufficientemente elaborati. Un gioco d'interazione per un problema che il gruppo non ha ancora affatto percepito, considerato dai partecipanti spesso uno spreco di tempo e un gioco da bambini. Lo stesso gioco d'interazione stimolante per un gruppo e noioso per un altro. L'animatore di gruppo deve quindi chiedersi: "Quali sono precisamente i miei obiettivi riguardo a questo gruppo? Quali sono le esigenze di cui i partecipanti sono consapevoli?". In alcuni casi possibile formulare insieme con il gruppo gli obiettivi di apprendimento. All'inizio di una riunione l'animatore pu comunicare in modo semplice e diretto i suoi obiettivi dicendo anche come li vuole raggiungere e in quanto tempo. Ci d ai partecipanti la possibilit di prendere posizione al riguardo proponendo anche delle modifiche. Questo non per l'unico modo di procedere. L'animatore pu anche chiedere ai partecipanti di esprimere le loro aspettative e i loro obiettivi, per decidere poi quanto lui possa e voglia collaborare con i partecipanti per raggiungerli. 2.4.2. COMPITI DELL'ANIMATORE CENTRATO SUL GRUPPO a) Premessa Nel suo lavoro con i membri del gruppo l'animatore deve svolgere essenzialmente due tipi di compiti: quelli centrati in prevalenza sul gruppo e quelli centrati prevalentemente sui partecipanti. Da un lato l'animatore cerca di permettere al singolo di fare un'esperienza di crescita personale, dall'altro aiuta il gruppo a diventare un microcosmo sociale che offra presupposti favorevoli alla reciproca accoglienza. Troppo spesso gli animatori non vedono che queste due funzioni sono ugualmente importanti. Spesso mettono l'accento sui compiti centrati sui partecipanti e dimenticano le funzioni centrate sul gruppo, che sono pi sottili ma non meno importanti. La distinzione fra queste due funzioni dell'animatore per non mai totalmente chiara e distinta: esse anzi si sovrappongono vicendevolmente. Discutiamo quindi prima i compiti dell'animatore nei confronti del gruppo come un tutto, affinch questo possa raggiungere i suoi obiettivi e perch possa funzionare come tale. Le singole attivit e abilit a cui accenneremo appartengono allo strumentario di base di ciascun animatore di un gruppo, esse non devono per essere adoperate in modo meccanico. b) Promuovere la coesione del gruppo La coesione di gruppo raramente si sviluppa da s. Nella maggior parte dei casi l'animatore deve fare grandi sforzi per raggiungere con i partecipanti tale coesione. Questo vale anzitutto all'inizio del lavoro con un gruppo, quando non si sono ancora sviluppate solidariet e fiducia reciproca. In questa situazione l'animatore deve impegnarsi affinch l'interazione fra i partecipanti diventi pi intensa e pi frequente. Un gruppo raggiunge la coesione desiderata solo a patto che i partecipanti si accorgano che nessun membro del gruppo riceve particolari favori. Questo vale anche per l'animatore. Anche lui deve poter essere considerato in un certo senso uguale. Non deve parlare sempre n attrarre continuamente l'attenzione dei partecipanti su di s, solo perch lui l'animatore e ha quindi una certa responsabilit funzionale. Un gruppo non pu diventare coeso se non c' interazione tra tutti i partecipanti su una base pressoch uguale. Questo ovviamente non vuol dire che l'animatore non abbia delle responsabilit particolari. per molto importante vedere la misura in cui egli realizza queste sue responsabilit. Un suo modo di agire troppo strutturalizzante non affatto vantaggioso. L'animatore non deve essere superattivo. D'altra parte non deve essere neanche troppo poco attivo. Perch si possa sviluppare la coesione del gruppo, i partecipanti devono cominciare a poco a poco a stimarsi reciprocamente, cosa che diventa molto difficile se l'animatore osserva le interazioni dei partecipanti da una posizione distaccata senza partecipare ad esse. in genere molto utile se, proprio nella difficile fase iniziale, l'animatore esprime nel gruppo anche le proprie reazioni, sentimenti e pensieri. Pu dire, per esempio, che il tema da trattare difficile anche per lui, o che un po' preoccupato per la grandezza del gruppo, oppure che agitato. Ma pu comunicare anche gioia e piacere, dicendo ad esempio che gli fa piacere lavorare con i partecipanti. importante comunque che l'animatore sia sincero quando parla dei suoi sentimenti. Solo cos in grado di favorire nel gruppo un clima pieno di fiducia che fondamentale per il lavoro successivo. Dovrebbe inoltre accennare a esperienze sue personali riguardo i tempi di cui si parla, ma senza mettere se stesso troppo al centro. Nella fase iniziale l'animatore di gruppo deve osservare con molta cura gli schemi d'interazione del gruppo per vedere se ci sono gi sottogruppi o se si stanno costruendo. Alcuni giochi d'interazione si prestano bene per verificare questo punto. Si pu provare anche il seguente. L'animatore chiede ai partecipanti di girare per due minuti in modo disordinato. Dopo di che d l'istruzione che il gruppo si divida in quattro sottogruppi, non necessariamente tutti eguali come numero di persone. La composizione di questi quattro sottogruppi sar il tema della fase di approfondimento che seguir. Quanto pi grande il gruppo, tanto pi grande la probabilit che alcuni partecipanti si mettano insieme in gruppi pi piccoli sulla spinta di valori, convinzioni e situazioni di vita comuni. Di solito i membri del sottogruppo tendono a ignorare i partecipanti degli altri sottogruppi o ad aggredirli, mentre invece tendono a sostenersi reciprocamente e a confermarsi a vicenda. Se l'animatore non si accorge di una tale suddivisione in sottogruppi, il gruppo facilmente si spezza e ne vengono fuori gruppetti che potranno fortemente ostacolarsi l'un l'altro nel lavoro. Per cui importante che l'animatore promuova interazioni fra tutti i partecipanti, e anzitutto fra quelli che si evitano vicendevolmente. Se ci sono ad esempio partecipanti che si evitano reciprocamente, l'animatore pu mettere in relazione i comportamenti, per esempio creando un contatto fra un partecipante aggressivo e un altro timido: "Ho visto che sei trasilita, Maria, quando Paolo si messo a parlare cos forte. Vorresti dire a Paolo che cosa provoca il suo comportamento in te?". La coesione del gruppo viene favorita anche da una interazione pi frequente. Pi spesso i partecipanti parlano gli uni con gli altri e pi velocemente potr svilupparsi la coesione del gruppo. L'animatore deve stare molto attento a individuare delle possibilit di collegare idee e sentimenti dei diversi partecipanti. Ovviamente anche il fattore tempo ha un'influenza diretta sulla coesione del gruppo; infatti un gruppo che lavora insieme per cinque giorni durante un convegno diventer probabilmente pi coeso di un altro gruppo che si incontra per sei mesi solo una volta alla settimana per un paio d'ore. Anche il cambiamento che avviene quando arrivano nuovi partecipanti pu incidere sulla coesione del gruppo che si gi prodotta. La capacit di integrare un nuovo membro dipende molto dalla maturit psicologica dei partecipanti, dal loro senso di sicurezza personale e dal grado di rigidit o permeabilit dei confini del gruppo. L'animatore dovrebbe comunque aiutare il nuovo partecipante a inserirsi velocemente nel gruppo. Un buon modo pu essere quello in cui ogni partecipante racconta in poche parole al nuovo membro l'esperienza, fatta nel gruppo, che ritiene pi importante. c) Riassunto per temi Uno dei compiti dell'animatore anche quello di facilitare ai partecipanti la comprensione della situazione di gruppo, per cui dovrebbe richiamare l'attenzione su argomenti latenti, spesse volte espressi solo con velati accenni. In tal modo si pu parlare direttamente delle difficolt che stanno alla base di tali temi e che possono essere trattati ulteriormente una volta che sono stati individuati. Anche in gruppi che si occupano di argomenti fissati gi in precedenza, l'animatore dovrebbe riassumere ogni tanto risultati e opinioni dei partecipanti per dare una visione d'insieme di quanto stato detto, e per tirare le somme e sviluppare aspetti ulteriori. In questo l'animatore non si limiter a ripetere parola per parola quanto stato detto, ma parler piuttosto anche delle sfumature emozionali con cui si sono trattati tali problemi, e se necessario chiarir anche elementi importanti del processo di gruppo. Egli ha quindi il compito di fare il punto sia quanto al tema in discussione sia al livello emozionale, in considerazione del morale e del processo di sviluppo del gruppo. importantissimo che i pensieri e i sentimenti principali dei diversi partecipanti siano sintetizzati in modo breve e puntuale. L'animatore svolger questo compito con cautela, dato che non pu essere sicuro di aver inteso o interpretato bene quanto i partecipanti hanno espresso. Mentre riassume, l'animatore deve tener presente ovviamente anche il fatto che ci sono diverse opinioni. chiaro che esse vanno tutte rispettate e menzionate. decisamente importante che l'animatore colga anche le opinioni della minoranza e che le tenga in considerazione. Tenendo conto delle diverse posizioni e opinioni, egli non solo favorisce l'ulteriore discussione, ma evita pure facili compromessi e incoraggia tutti ad affrontare le differenze in modo costruttivo. I riassunti dell'animatore danno inoltre ai partecipanti l'opportunit di verificare personalmente se hanno afferrato quanto stato trattato nel gruppo. Coll'andare del tempo si arriver al punto in cui gli stessi partecipanti faranno tali riassunti. d) Promuovere l'interazione all'interno del gruppo Molto frequentemente l'interazione all'inizio della vita dei gruppi limitata. L'animatore deve prepararsi a tali situazioni. All'inizio i partecipanti si rivolgono spesso esclusivamente all'animatore perch egli viene percepito come "leader". I partecipanti lo interrogano, vogliono sentire il suo parere su tutto, lui che deve risolvere i conflitti, che deve divertire i partecipanti, che deve provvedere affinch il gruppo abbia un compito, ecc. I partecipanti richiedono il suo intervento, si vogliono far proteggere e guidare da lui. In questa fase di "dipendenza" il gruppo attribuisce inconsciamente all'animatore funzioni che potrebbe svolgere lui stesso con le proprie forze. L'animatore terr conto di questa legge naturale psicologica giocando, all'inizio del lavoro con un gruppo, un ruolo pi attivo e maggiormente strutturante. Col passar del tempo diminuir la sua attivit e i suoi interventi, prendendo un po' di pi il posto di osservatore. Se i partecipanti si esprimono in modo generale, importante che l'animatore faccia loro precisare quanto hanno detto, al fine di intensificare l'interazione fra di loro. Pu intervenire per esempio nel modo seguente. Se qualcuno dice: Molte persone in questo gruppo non le conosco, e non so affatto che cosa pensino, l'animatore potrebbe rispondere: Non possibile che tu dica questo direttamente alle persone che non conosci?. In questo modo invita il partecipante a specificare una affermazione detta in generale e anonima, e a mattersi cos in contatto diretto con gli altri. Domande rivolte all'animatore riceveranno a volte risposta diretta; a volte invece saranno con cautela poste al gruppo. Se l'animatore vuole la maggior partecipazione possibile al processo di gruppo, importante che sappia ribaltare sul gruppo alcune domande rivolte a lui. Se non fa questo, non ci si liberer mai dalla dipendenza dal leader. inoltre importante che l'animatore sappia verbalizzare anche messaggi inespressi e non verbali. Per esempio potrebbe dire: Maria, ho visto che hai fatto cenno di no con la testa quando Tonino parlava della sua esperienza nei rapporti con i suoi genitori. Vorresti dire a Tonino che cosa significa questo gesto?. La qualit dell'interazione all'interno del gruppo dipende poi anche dalla disposizione fisica, vale a dire dal modo in cui le persone si mettono sedute. L'uso di tavoli limita quasi sempre l'interazione fra i partecipanti, e quelli rettangolari sono ancora peggio di quelli rotondi. Il motivo che non tutti i partecipanti sedutisi intorno a un tavolo rettangolare si possono guardare in faccia vicendevolmente. Dato che usiamo innanzitutto due "canali" della comunicazione, e cio la vista e l'udito, risulta pi favorevole alla comunicazione quel modo di sistemare le sedie che permette l'uso di ambedue i "canali", cio il cerchio. La soluzione ottimale pertanto quella di sistemare le sedie a forma di cerchio senza servirsi di un tavolo. In tal modo non si pu usare dei mobili come di barriere di difesa psicologica, e in pi si favorisce la mobilit dei partecipanti. Essi possono alzarsi per certi "giochi", avvicinarsi l'uno all'altro variando cos la distanza di comunicazione fisica in modo tale da poter esprimere meglio e percepire pi chiaramente i loro sentimenti. e) Diagnosi della situazione psicosociale L'animatore deve essere in grado di comprendere la situazione psicosociale del gruppo e di influenzarla. Deve cercare di valutare i vari avvenimenti nel gruppo dalla prospettiva dei partecipanti coinvolti. sorprendente quante volte gli animatori prendono delle cantonate quando devono intuire l'importanza che un avvenimento apparentemente banale assume per qualcuno del gruppo. Un'affermazione che dal punto di vista dell'animatore o di un partecipante forse solo un tranquillo rifiuto, spesso vista come una catastrofe terrificante da parte della persona che ne coinvolta. L'animatore deve quindi tener conto della forza e del potere straordinari di certi processi che si svolgono all'interno del gruppo per poter valutare correttamente le difficolt dei singoli. I risultati di vaste ricerche psicologiche rivelano la forza della pressione di gruppo in senso sia costruttivo che distruttivo. Accanto a questo modo di procedere pi fenomenologico, l'animatore deve impiegare dei metodi atti a rivelare la struttura psicosociale del gruppo con l'aiuto degli stessi partecipanti. A questo scopo l'animatore dovrebbe richiedere un feedback su se stesso per capire come i partecipanti vedono la sua guida. Durante il lavoro con il gruppo bisognerebbe di tanto in tanto ripetere un tale feedback. Di quando in quando occorre chiarire anche la questione quanto "tenga" l'appartenenza al gruppo per i singoli partecipanti. Pu darsi, per esempio, che per alcuni partecipanti valga quasi la pena partecipare a questo gruppo, perch a loro parere non appaga le loro aspettative. Un dialogo aperto pu mettere in rilievo aspettative non realistiche, e offrire cos l'occasione di definire poi nuovi obiettivi. f) Promuovere la tolleranza Talvolta c' nei gruppi troppo poca disponibilit a lasciar lavorare i partecipanti secondo il loro "ritmo" personale, e si cerca di rompere con forza i meccanismi di difesa o di isolare i partecipanti che non agiscono subito secondo le norme del gruppo. L'animatore richiamer allora l'attenzione su questo comportamento e interverr a favore dei partecipanti "compressi". g) Tener conto delle resistenze personali L'animatore di un gruppo deve avere sufficiente comprensione per le diverse sensibilit e la necessit dei meccanismi di difesa. Essi vanno rispettati. Tempo e pazienza da parte dei membri del gruppo e da parte dell'animatore sono presupposti importanti per lo sviluppo della personalit. crudele e oltremodo improduttivo aggredire un signolo partecipante o rimproverarlo per toglierli i suoi abituali meccanismi di difesa. Se l'animatore attacca un membro del gruppo perch rifiuta di adattarsi ai suoi ritmi temporali e di realizzare i cambiamenti da lui immaginati, questo animatore agisce in modo sciocco e irresponsabile. Animatori "frettolosi" che stimolano e forzano i partecipanti con tono troppo entusiasta, perch si adoperi subito un certo cambiamento, si trovano su una strada pericolosa. L'apprendimento psicosociale un processo duro e lento per i partecipanti e per lo stesso animatore, e anche se a volte si verifica un processo di apprendimento sorprendentemente veloce, c' all'inizio di solito sempre una fase di notevole e consapevole fatica. Si quasi sempre accertato che cambiamenti duraturi della personalit si verificano solo quando lo stesso partecipante attivo e disposto a correre dei rischi nel suo comportamento all'interno del gruppo e nella vita di ogni giorno, determinando lui stesso quali vuole assumere. Il che non vuol dire che l'animatore e i membri del gruppo non possano dire amichevolmente a uno che il suo comportamento non corretto, e che in tale modo lui stesso rovina il suo contatto con gli altri. Questo confronto avviene per in modo costruttivo e non invece coi toni di un'accusa. h) Un adeguato dosaggio di paura D'altra parte ogni animatore deve essere consapevole del fatto che un'effettiva maturazione nell'ambito psicosociale non possibile senza una certa sfida dei bisogni individuali di difesa e della paura che vi connessa. Cambiamenti duraturi dei modi di pensare e degli atteggiamenti avvengono solo a patto che il soggetto si impegni anche al livello emozionale, sperimentando in ci anche un po' di paura. L'esperienza soggettiva di paura per cos dire la garanzia che colui che lavora in una situazione di apprendimento, dove i vecchi modi di comportarsi di routine non sono pi sufficienti a risolvere un problema. Egli ha dunque la possibilit di scegliere e di sperimentare nuove strade. L'insicurezza che di solito vi connessa libera un grado pi o meno elevato di paura. L'animatore deve quindi badare a che l'attivit del gruppo non rimanga un giocherellare puramente intellettuale e sociale, in cui nessuno si impegna sul serio. Nello stesso tempo ogni animatore deve sapere che troppa paura comporta confusione e ansia, e anche in questo caso l'apprendimento diventa impossibile. Egli deve quindi strutturare il processo d'apprendimento del gruppo in modo tale che la paura stimoli i partecipanti e non invece che li turbi. particolarmente importante convincere i membri del gruppo che la paura il prezzo naturale da pagare quando si fanno esperimenti con se stessi e con gli altri. Il modo in cui lo stesso animatore accetta ed esprime le proprie paure, influisce notevolmente sulla disponibilit dei partecipanti ad accettare le loro paure come una cosa normale. i) Strutturazione del processo di apprendimento L'animatore di gruppo deve far s che le diverse situazioni di apprendimento corrispondano ai seguenti princpi dell'apprendimento psicosociale: * L'apprendimento si verifica quando il soggetto si impegna al livello emozionale. * Colui che apprende deve quindi essere attivo, e cio deve entrare in relazione con gli altri membri del gruppo e impegnarsi in attivit comuni. * Egli deve appronfondire a livello cognitivo le sue proprie osservazioni, raccogliere dati sulle conseguenze del modo di comportarsi proprio e altrui, e saper valutare queste osservazioni secondo i princpi fondamentali dell'apprendimento individuale e sociale. * Compito dell'animatore di favorire nel gruppo un clima che stimoli un apprendimento basato sull'esperienza, clima caratterizzato dalla disponibilit e apertura a sperimentare nuovi modi di comportamento. Chi apprende deve poter sviluppare la fiducia in se stesso e negli altri, senza per giungere a uno stato di sicurezza psicologica eccessiva, che non permettere la spinta al rischio del cambiamento. Per un effettivo apprendimento certamente importante uno scambio di informazioni sui sentimenti, pensieri e percezioni. * Non si pu fare a meno di esperienze concrete qui-ora se si vuole conoscere se stessi e studiare il processo di gruppo. I dati pi importanti si ricavano dal comportamento dei singoli partecipanti nella loro interazione reciproca. Esperienza nel qui-ora sono di prima mano, sono pubbliche e hanno una base emozionale. Chiunque pu iniziare a far qualcosa con questi dati, perch sono freschi, verificabili e aperti a un'analisi comune. * Ciascun partecipante deve trovare uno sfondo e un punto di riferimento psicologico che gli permettano di trasferire le esperienze di apprendimento dall'ambito del gruppo alla sua vita quotidiana, per compiere l ulteriori esperimenti. * Visti i reali pericoli insiti nel lavoro con il gruppo, tocca all'animatore evitare quanto pi possibile eccessive richieste psichiche. 2.4.3. COMPITI DELL'ANIMATORE CENTRATI SUI PARTECIPANTI In questo paragrafo discuteremo i compiti dell'animatore centrati prevalentemente sui partecipanti, compiti che favoriscono lo sviluppo della personalit del singolo e che migliorano la sua situazione di apprendimento tramite adeguati interventi. a) Ascoltare Uno dei compiti pi importanti dell'animatore di ascoltare con grande attenzione tutto ci che dicono i partecipanti. Allora egli cercher di entrare nella prospettiva esperienziale di colui che parla, per poter capire bene i suoi processi mentali ed emotivi. L'animatore si mette, per cos dire, gli occhiali dell'altro per cercare di vedere le cose nello stesso modo. Ci richiede la disponibilit ad abbandonare di tanto in tanto il proprio punto di vista, a dimenticare le proprie idee per entrare totalmente nel mondo dell'altro. Questo modo di ascoltare presuppone da parte dell'animatore il desiderio di comprendere veramente bene chi sia l'altro e cosa voglia esprimere. L'animatore deve avere l'intenzione di stare accanto all'altro, rispettando i suoi pensieri, sentimenti e opinioni. Quando ascolta, non penser: "Per dovresti vedere tutte queste cose da un altro punto di vista"; ma dir invece dentro di s: "Voglio proprio sforzarmi di vedere le cose cos come le vedi tu". Dato che non possiamo mai essere completamente sicuri di aver capito bene ci che ha detto l'altro, importante controllare la precisione di ci che abbiamo afferrato. La disponibilit ad ascoltare con attenzione da parte dell'animatore facilita la disponibilit dei membri del gruppo al cambiamento. Se uno sa che c' chi lo ascolta con attezione e che vuole capire, allora pu sentirsi pi sicuro. Per molti partecipanti in un primo momento abbastanza inusuale se l'animatore risponde a una affermazione dicendo semplicemente: "Tu dici quindi che questa cosa cos e cos...", appunto perch aspettano che l'animatore confermi o neghi quanto stato detto. Ma presto impareremo che l'ascolto al fine di comprendere non include l'acconsentire al contenuto dell'affermazione. b) Bloccare appelli di cambiamento Il nemico pi grosso di qualsiasi cambiamento la costrizione. Se qualcuno viene costretto a soffocare la propria aggressivit, potr forse evitare che essa si manifesti apertamente, spesso per reagir comunque in modo aggressivo, anche se lui stesso non se ne accorge, manifestando tale aggressivit attraverso la struttura delle sue azioni. Se invece uno si accorge che ha a volte impulsi aggressivi, trover mezzi e vie per vivere la sua aggressivit in un modo che non danneggia gli altri. Un esempio: se ordino a un balbuziente di parlare meglio, di solito la sua balbuzie diventer ancora pi forte, oppure il balbuziente non parla pi. Se invece lo aiuto a scoprire che cos non permette a se stesso di esprimere le sue irritazioni e la sua rabbia, allora potrebbe decidere di provare a esprimere la sua ira e non blocca pi tale espressione, la balbuzie sparir. In modo simile i partecipanti di un gruppo d'interazione si chiudono quando hanno paura di essere richiesti di cambiare. Cominciano a difendersi e saranno difficilmente disposti a fare esperimenti di nuovo comportamento. Appelli che cercano di cambiare un modo di agire li si riceve non solo quando qualcuno d ordini diretti (per esempio: Stai zitto!), ma anche quando giudica o condanna (Sbagli sempre), quando vuole dissuadere dai propri sentimenti (Non essere tanto triste) e quando interpreta le ragioni (In realt pensi diverso da quello che dici). quindi importante che l'animatore instauri nel gruppo un'atmosfera in cui non vengano espressi troppi appelli del genere. molto pi facile reagire a sentimenti espressi in modo chiaro e sincero (Mi d fastidio che non mi rispondi) e anche a richieste espresse direttamente (Vorrei che tu mi trattassi). Non possibile creare subito nel gruppo un clima che sia assolutamente privo di appelli al cambiamento. L'animatore pu per favorire nel gruppo un'atmosfera in cui i partecipanti si accettano a vicenda, evitando lui stesso ogni tipo di costrizione che tende a "cambiare" i partecipanti, e avvertendoli che certe reazioni spaventano gli altri. A questo scopo l'animatore pu richiamare l'attenzione del singolo a quello che facendo, invitandolo a individuare i suoi propri sentimenti e desideri che stanno dietro il suo appello al cambiamento. Ora elencheremo diverse classi di appelli al cambiamento mediante i quali si cerca di "manovrare" gli altri. Caratteristico ogni volta il fatto che il modo in cui gli appelli al cambiamento vengono espressi, fanno vedere all'altro che qualcuno lo vuole dominare, giudicare, gli vuole dare consigli o ha intenzione di criticarlo. Non trattato quindi come una persona adulta che gode degli stessi diritti degli altri, ma piuttosto come un bambino cui si deve spiegare come una cosa va fatta. * Valutazione A questa classe appartegono affermazioni che condannano, che sono moralistiche o che giudicano. Alcuni esempi: Ma tu sbagli sempre... Hai torto... Che stupidaggine... Impieghi troppo tempo... Che ridicolo che sei.... Ovviamente fanno parte di questo gruppo anche segnali di critica non espressi con parole, ad esempio: sorridere di qualcuno, deriderlo, arricciare il naso, ecc. Tutte queste reazioni mostrano l'intenzione di far pressione su qualcuno, perch si comporti diversamente. Quanto allora non esprime colui che critica, il suo proprio interesse e vantaggio che otterrebbe se l'altro cambiasse. L'elemento manipolante che qui entra, appunto che la persona che critica parla in modo apparentemente disinteressato e pseudobenevolo. Quando si verifica un simile tentativo di controllo, molti reagiscono tirandosi indietro, e investono cos le loro energie in meccanismi di difesa e non invece in contributi a realizzare il compito del gruppo. Non proprio cos svantaggiose sono le affermazioni che esprimono un complimento: "Questo l'hai fatto bene... Mi affascina quello che dici... Sei un ottimo animatore...". Ma anche in questi casi chi stato lodato avvertir a volte un tentativo di manipolazione a cui reagisce in modo difensivo. Il desiderio (e l'invito) di cambiamento che viene frequentemente espresso mediante complimenti, in realt (e in parole pi dirette) suona cos: "Mi piace finch ti comporti come fai adesso. Ma guai se fai diversamente!". Tali complimenti cercano quindi di tenere a bada impulsi e modi di agire non desiderati in modo "preventivo", prima cio che essi possano realizzarsi. L'animatore deve quindi stare attento a complimenti che cercano di obbligare qualcuno a comportarsi in un certo modo, e richiamer l'attenzione della persona interessata ai desideri che si nascondono dietro i complimenti. * Dare ordini Fanno parte di questa classe le affermazioni mediante le quali si danno ordini o comandi, si avanzano delle pretese, si pongono degli ostacoli agli altri: "Devi fare questo... Calmati... Non essere triste... Devi stare attento...". Vi appartengono pure affermazioni con cui si esprime un obbligo o si ammonisce: "Dovresti essere pi sicuro... Sarebbe meglio se tu cambiassi... Questo un'altra volta non lo dovresti fare...". Tali affermazioni non accettano l'altro cos come , anzi pretendono un cambiamento da parte sua. Gli si ordina di pensare, sentire e comportarsi diversamente. Consapevolmente o meno, si costretti facilmente a pensare: "Devo cambiare... Farei un piacere all'altro se cambiassi". Atteggiamenti del genere difficilmente contribuiranno all'autonomia dell'altro, anzi ridesteranno in quest'ultimo atteggiamenti opposti: "Io dovrei cambiare? Neanche a parlarne!". Quando ci si imbatte in affermazioni del genere, l'animatore dovrebbe richiamare che non ci sono modi di comportarsi giusti o sbagliati, e che il cambiamento di uno possibile solo quando rappresenta un suo sviluppo interiore. * Aiutare e consolare Molti non sopportano che uno sia triste o che magari si metta a pingere; iniziano subito a consolarlo, e offrono troppo presto aiuto e conforto: "Non essere cos triste... Ma non poi tanto grave... Su, non te la prendere troppo...". Non vedono che sentimenti, e quindi anche sentimenti di tristezza, di solito vanno vissuti fino in fondo perch l'interessato possa poi passare ad altri sentimenti. Quasi sempre tali consolatori aiutano, pi che altro, se stessi, perch cos non devono poi provare loro stessi sentimenti tristi. E inoltre con tali prestazioni di aiuto il consolatore pu dimenticare i propri guai, dato che ha tanta forza da poter aiutare un "debole". Egli dimentica pure che in molte situazioni la maggior parte di noi assolutamente in grado di sopportare e superare momenti difficili. * Psicologizzare Spesso qualcuno usa la propria conoscenza della psicologia per criticare gli altri in modo indiretto, ed esercita l'arte della lettura del pensiero e della "divinazione": Tu hai un problema di autorit... Perch hai fatto questo?... Sei cinico... Lo dici perch tuo padre era troppo severo... Non pensi affatto ci che dici.... Chi criticato in tal modo o reagisce sulla difensiva o si arrabbia. Quando viene criticato il nostro comportamento, sospettiamo spesso giustamente che si dubita della nostra azione o delle nostre affermazioni forse con l'intenzione di cambiarle. L'animatore deve quindi far s che nel gruppo non ci si metta a fare gli psichiatri che hanno il compito di svelare agli altri la verit. Troppo spesso tali interpretazioni sono proiezioni di chi le propone, per cui sono di ben dubbio uso. vero che a volte le interpretazioni sono utili a far comprendere, se sono ispirate dal desiderio di capire meglio l'altro e se stessi. Ma, almeno per i principianti, difficile distinguere fra interpretazioni che vogliono manovrare l'altro e interpretazioni che sono veramente utili. Vale dunque per loro come regola approssimativa: meglio aiutare qualcuno affinch lui capisca meglio che cosa pensa o sente, che non scoprire perch egli si comporti cos e cos. c) Dare sostegno e protezione A volte qualcuno del gruppo ha veramente bisogno del sostegno dell'animatore, sostegno che pu essere molto importante se si tratta di uno che non ancora molto accettato, oppure di un nuovo membro del gruppo che non si sente ancora a suo agio, o se l'atteggiamento del gruppo nei confronti di qualcuno particolarmente critico o addirittura nemico. Se ad esempio tutti i feedback risultano negativi o di rifiuto nei confronti di qualcuno, l'animatore deve intervenire e dire chiaramente anche gli aspetti positivi. d) Integrare coloro che stanno zitti L'animatore deve far s che tutti possano partecipare nella stessa misura alla vita del gruppo, per cui richiamer l'attenzione dei membri molto dominanti al fatto che cos tolgono ad altri la possibilit di partecipare. Ma di solito meglio se l'animatore d ai silenziosi la possibilit di parlare fra di loro sulla loro situazione. L'animatore chiede ai partecipanti di fare un sociogramma dinamico. In un gruppo si riuniscono i partecipanti che pensano di essere sufficientemente integrati nella vita del gruppo; in un altro si ritrovano quelli che vorrebbero parlare di pi. Quest'ultimo gruppetto si mette per 10 minuti circa al centro e discute la sua situazione sul tema: "Che cosa comunico attraverso il mio silenzio? Come mi sento in questa situazione?". e) Porre domande Uno dei compiti essenziali dell'animatore quello di aiutare ogni partecipante a diventare maggiormente consapevole di che cosa fa, che cosa evita, quali sentimenti prova, quali sono i suoi fini. Succede spesso ad esempio che alcuni parlano molto sottovoce e non se ne accorgono. E non sanno che altri si arrabbiano, perch sono costretti a prestare grande attenzione per sentirli. In questo caso l'animatore pu fare a costoro una semplice domanda: "Senti, Marcella, hai notato come parli?". Basta questo perch Marcella abbia ora la possibilit di diventare attiva, concentrando la sua attenzione consapevolmente sul suo modo di parlare. Inizia cos dentro la persona un processo di riagganciamento, che prima non esisteva, fra il modo di parlare e l'effettiva consapevolezza. Adesso la persona interessata pu accorgersi del fatto che parla sottovoce. Si apprende cos ci che segue: il singolo impiega lui stesso attivamente la propria consapevolezza, la concentra su uno specifico ambito, e osserva lui stesso un fatto, cio si d una risposta. Se l'animatore, anzich porre una domanda, avesse offerto subito la risposta (nel nostro esempio: "Tu parli sottovoce"), allora non si sarebbero verificati due passi importanti: anzitutto l'attenzione del soggetto nei confronti del proprio modo di agire, e poi le sue osservazioni personali. Un buon animatore pone quindi sempre domande in grado di rendere lo stesso soggetto attento a determinati suoi comportamenti. E, si intende, non solo comportamenti esteriori, ma anche interiori: per esempio nell'ambito dei sentimenti, dei valori personali, del modo di vedere se stessi, delle opinioni riguardo le relazioni interpersonali, ecc. Sono domande che l'animatore pone quindi come tentativo di aiutare a sviluppare un ambito di riferimento cognitivo che renda possibile ai soggetti di comprendere il loro comportamento individuale e il processo di gruppo. Di solito un abile animatore porr pi domande che non offrire informazioni. Le domande pi utili sono quelle fenomenologiche e concrete, per esempio: "Che cosa fai?... Cosa senti?... Che cosa vorresti fare?... Di chi hai paura?... Con chi sei arrabbiato?...". Queste domande rimangono alla superficie, si riferiscono di solito al qui-ora ed facile darvi risposta, appunto perch non chiedono motivi e ragioni complicate. Qui vanno inserite anche le domande che comprendono segnali non verbali. Per esempio, se uno batte continuamente la mano sulla gamba della sedia, l'animatore pu domandare: "Che cosa esprime la tua mano? Che cosa ci vuoi comunicare con il tuo gesto?". Particolarmente importante inoltre la domanda: "Che cosa senti?". Essa offre l'opportunit di rendersi conto delle sensazioni corporee che accompagnano le azioni, spesso per senza che se ne sia consapevoli. Se uno, per esempio, non esprime una cosa che prova e che pure evidente, l'animatore pu domandare: "Come senti le tue mani?", oppure: "Che cosa senti nel tuo corpo?". Sono infine importantissime anche le domande che accentuano l'autonomia della singola persona. Se un membro del gruppo indeciso e sembra che il suo agire non abbia un chiaro scopo, allora conviene che l'animatore domandi semplicemente: "Che cosa vuoi adesso?". Questa domanda aiuta spesso la persona interessata, che in tal modo si accorge di essere indecisa e supera poi questa situazione nel processo del rispondere. Sono assolutamente vietate le domande perch, dal momento che sollecitano troppo facilmente speculazioni psicologiche e disperdono inutilmente energia intellettuale. Cattivi animatori pongono domande che non chiedono la fatica di riflettere e di prendere una propria personale posizione, o fanno domande nel momento sbagliato, per esempio introducendo argomenti che al momento non hanno nessuna importanza per il gruppo (ad esempio: "L'autorit per te una cosa utile o che ti d fastidio?"). In linea di principio l'animatore deve sapere che il fare domande essenzialmente un suo compito, al fine di stimolare i singoli e il gruppo a scoprire nuove importanti informazioni. Per i membri del gruppo molto pi importante esprimersi in una comunicazione reciproca tramite affermazioni anzich con domande. f) Aiuto nell'apprendimento cognitivo L'animatore deve continuamente aiutare i partecipanti a sviluppare uno sfondo e un punto di riferimento cognitivi per poter interpretare le loro esperienze nel gruppo. Gi altre volte abbiamo rilevato l'importanza di tali fattori cognitivi nei gruppi d'interazione. Questo non vuol dire che un determinato piano di "terapia" sia, nella stessa misura e in ogni momento, quello migliore per tutti i partecipanti. Per loro, pi che la teoria di una specifica scuola pedagogica o terapeutica, importante imparare nel gruppo una strategia che permetta loro di collegare percezioni, sentimenti e pensieri. Il che presuppone che essi siano, anche al livello emozionale, convinti del valore della propria persona e della loro possibilit di sviluppo. In questo contesto le interpretazioni assumono grande importanza. Una buona interpretazione pu far s che il soggetto colga dei punti di vista importanti. Pu abbassare il livello di confusione mentale offrendogli una prospettiva chiara. Essa deve inoltre spingere a esaminare il proprio comportamento concreto e a fare appello anche ai propri sentimenti. Per esempio: "Senti, Pietro, gi alcune volte hai fatto accenno al tuo desiderio di raccontare un po' pi di te e alla tua impressione di non essere sufficientemente integrati nella vita del gruppo. Ho per notato che poi ti tiri indietro e lasci fare agli altri. Suppongo che al momento non vuoi cominicare maggiormente di te, vero?". importante che l'animatore presenti le sue interpretazioni come ipotesi, e non invece come dati di fatto, e inoltre che le metta in relazione con la situazione del gruppo, perch possano essere il punto di partenza per una chiarificante interazione sociale. g) Confronto Il confronto non fa parte dei compiti pi importanti e rischiosi dell'animatore di un gruppo di interazione. Egli attua questo confronto quando rende attento un partecipante a un aspetto specifico del suo comportamento e lo induce a rifletterci sopra. Dovrebbe farlo per solo se si interessa veramente per la persona in questione ed disposto ad impegnarsi personalmente. Con tale confronto l'animatore pone il partecipante, per cos dire, davanti a se stesso, notando ad esempio la discrepanza fra quello che dice e quello che fa, fra fantasia e realt, e fra le sue possibilit sfruttate e quelle di cui non ha fatto uso. Inoltre l'animatore pu mettere a confronto il partecipante con un comportamento non funzionale, quale la millanteria, la manipolazione e la pseudo-apertura. A questo scopo l'animatore pu utilizzare metodi cognitivi domandando al partecipante: "Ti accorgi di quello che fai?", oppure indicando direttamente tale comportamento. Dato che il confronto contiene sempre certi rischi per i partecipanti, l'animatore deve rispettare i seguenti princpi: * Egli fa confrontare il partecipante non solo con le sue debolezze, ma anche con tutti i suoi lati positivi. * Quanto pi forte la relazione con il partecipante, tanto pi forte pu essere il confronto. * L'animatore fa attenzione alla suscettibilit e alla capacit di sopportare del partecipante. * Mette a confronto il partecipante pi con il suo comportamento e meno con le sue motivazioni. * Distingue nettamente fra la descrizione del comportamento, l'interpretazione e l'espressione dei suoi sentimenti. * Invita a esprimere le proprie reazioni. * Chiede ai partecipanti di essere messo anche lui a confronto con se stesso, con il suo comportamento, e reagisce a tali confronti senza scusarsi o giustificarsi. I confronti intrapresi in modo responsabile e realistico dovrebbero avere il loro posto nella vita di un gruppo di interazione, sia che essi siano attuati dall'animatore, sia che vengano promossi - in maniera sempre maggiore - anche dagli stessi partecipanti. h) Muoversi L'animatore davvero interessato al suo gruppo proporr di tanto in tanto giochi d'interazione corporei nell'intento di curare un'interazione equilibrata fra corpo, psiche e spirito. Tali giochi di interazione permettono inoltre di non far perdere la vitalit fisica e psichica ai partecipanti a causa dello stare sempre seduti. Dopo un gioco di interazione movimentato i partecipanti sono di solito pi svegli e pi vivaci, cos che il lavoro potr continuare con maggior partecipazione. Questi giochi vanno bene tra l'altro anche per riscaldare i partecipanti all'inizio del lavoro del gruppo. Possono facilitare i primi passi soprattutto a partecipanti piuttosto timidi. Essi si possono cos esprimere senza esporsi troppo e prendono cos anche un buon contatto con la loro vitalit interna. 2.5. LA FORMAZIONE DELL'ANIMATORE 2.5.1. LA FORMAZIONE AL SERVIZIO Per quanto riguarda questa importante dimensione della figura dell'animatore, ci limitiamo a rimandarvi al frutto di un'attenta riflessione gi condotta dal settore giovani della nostra diocesi e concretizzatosi nel sussidio: "Formazione come cura del dono di s". Questo sussidio, periodicamente sar rivisto e aggiornato nella proposta dei suoi contenuti. Si propone come strumento utile per l'organizzazione concreta e globale della formazione degli animatori, partendo con l'interrogarsi sui luoghi, i tempi, i nodi della formazione e giungendo alla formulazione della proposta spirituale. 2.5.2. IL CAMMINO DI FEDE DELL'ANIMATORE: IL GRUPPO GIOVANI Dei giovani oggi si parla e si scrive molto. Si propongono inchieste e se ne espongono i risultati. Si scrive di spiritualit e di pastorale. Chi lavora tra i giovani nel campo dell'educazione alla fede ha per, spesso l'impressione che, tra tanta riflessione sui giovani, poco si trovi sul cuore del problema del cammino di fede, cio sulle categorie portanti e unificanti, sulle tappe fondamentali da promuovere. Ora, noi giovani di Azione cattolica, che viviamo dentro una struttura solida e ne conosciamo l'utilit, conosciamo anche i suoi rischi, e sappiamo come ogni struttura pu diventare vana se non vive per un obiettivo pi grande, un'idea forza, una pienezza di significato. Per questo ci pare che la sfida vera della pastorale giovanile sia da accettare sul piano del progetto; ed per questo che pensiamo il nostro contributo come necessario a questo livello, soprattutto attraverso il Gruppo Giovani, strumento e luogo dove anche gli animatori impegnati nel servizio educativo possono incontrarsi e percorrere insieme con altri giovani un cammino di appropriazione: un cammino, cio, che consenta loro di far propria una proposta, un messaggio, un dono, una fede. Si tratta, quindi, di portare l'attenzione sull'insieme delle condizioni che favoriscono in un giovane la scelta di libert di accogliere il Vangelo di Ges per poi viverne quotidianamente. a) La comunicazione della fede La prima sfida che come associazione ci sembra necessario dover affrontare a livello di gruppo giovani, ci sembra, dunque, quella della comunicazione della fede: un cammino, cio, che fa anzitutto, con decisione, senza tentennamenti, senza rimpianti la scelta definitiva di questo campo come campo da seminare: camminare nella fede. Mettendosi in questa prospettiva ci si libera, ad esempio, dell'assillo dell'aggregazione a tutti i costi, della moda dei raduni di massa come soluzione magica della pastorale giovanile; se il criterio la comunicazione della fede, se fare memoria dell'Amore di Dio fra i giovani oggi, ogni criterio mondano salta. Non solo. Saltano anche alcuni cardini di una pastorale mal intesa e mal indirizzata: salta il "giovanilismo", inteso come una pastorale giovanile fatta solo da giovani nei confronti di altri giovani; salta il "gruppismo", fatto di gruppo autoreferenziali, che vivono in funzione di s; salta il "genericismo", il contenuto improvvisato di mese in mese, o di anno in anno, scegliendo di volta in volta un tema, facendo un gruppo purchessia, ma fondato su un compromesso che vorrebbe accontentare tutti e che non soddisfa nessuno; salta "l'emergentismo", la formazione che solo cavalca l'emergenza, buttandosi esclusivamente sul tema di attualit che, di volta in volta, va per la maggiore su giornali o tiv; salta "l'ammassamento" che vive solo in funzione di alcuni momenti di grande raduno, in cui la persona affoga tutta se stessa in un grande corpo collettivo, che permette magari di sfogare per un giorno sentimenti e sensazioni e che, svanito il benevolo effetto, lascia forse pi soli di prima; salta la pastorale "fenomenale", quella che vive solo di momenti forti: che senso ha una pastorale che passi da momento forte a momento forte, come l'ape da fiore in fiore, se non c' poi un'arnia (una storia e una quotidianit sentita come propria) in cui riporre e far maturare il polline raccolto? Accanto a tutto questo, c', per, qualcosa che non salta e che, anzi, in questa prospettiva occorre riportare a far essere pilastro del cammino di fede degli animatori e dei giovani. Primo pilastro la comunit cristiana, che deve essere il riferimento verso in cui il cammino di fede dei giovani viene elaborato, messo in atto e verificato. Chi comunica la fede trasmette con la sua voce e la sua vita un tesoro che condiviso con tutti i credenti e di cui corresponsabile. Guai a chi evangelizza in base a se stesso e non ri riferisce, intimamente, alla sua comunit, in cui celebra ordinariamente la Parola e l'Eucarestia. Il secondo pilastro pu essere ricondotto al rapporto tra le diverse et della vita cristiana per la comunicazione della fede. La settorializzazione a volte eccessiva della pastorale ha una delle sue cause, forse, nell'essersi spezzato il senso della comunit come dell'essere luogo di presenza e comunicazione tra le generazioni. In quante parrocchie ragazzi, giovani e adulti convivono senza conoscersi, come binari paralleli uniti dalle traversie delle Messe domenicali? In quante, l dove ci si conosce, si capaci di dirsi reciprocamente la fede? b) La centralit della persona La seconda sfida la centralit della persona. Se l'orizzonte dell'azione educativa e formativa il felice rapporto della persona con Dio, inevitabile, a nostro parere, che il destinatario della comunicazione assuma una rilevanza centrale. Ma, ed questo l'importante, non in quanto soggetto da analizzare per scoprire il suo punto debole e far leva su questo perch cos accolga l'annuncio, ma in quanto persona che Dio ama: avvicinarsi ad ogni ragazzo, giovane, adulto, anziano incontrato sapendo che il fratello e la sorella per cui Ges ha dato la vita. Chi pu fare questo? Solo chi sa questo di se stesso. Ritorna la questione del primato della vita spirituale, tema che sta particolarmente a cuore ai giovani di AC, di questo tempo, ispirandone le scelte associative e personali: solo un uomo ed una donna spirituale vede il fratello con questi occhi. Non dobbiamo dimenticare che il giovane spesso convive con la quotidiana fastidiosa impressione di essere defraudato della sua storia. In relazione a questo, l'animatore sa che non vi itinerario di fede praticabile che possa sorvolare sulla appassionata intenzione di Dio di approssimarsi a ciascuno per promuovere e trasfigurare la storia di ciascuno, ovvero la sua libert. L'educatore alla fede non pu non prevedere una ricostituzione di quell' "umano giovanile", eroso da alcune trascuratezze che la cultura contemporanea spesso persegue, restituendogli quei valori e quella fede che per ogni giovane possono diventare l'ipotesi di senso della propria vita. Questo spiega perch ad usare termini come vicini e lontani ci passi sempre un brivido lungo la spina dorsale, anche se li usiamo per comodit di espressione. Guai se dietro a queste parole non c' un cuore grande che vede anzitutto non il vicino n il lontano ma il fratello per cui Cristo morto! Il gruppo giovani e il cammino di fede che in esso percorrono giovani e animatori, dovrebbe educare ad accogliere la diversit come valore: combattiamo l'omogeneit e lavoriamo affinch nei nostri gruppi ci siano giovani di mestieri diversi, di scuola diversa, di patrimoni diversi, di cultura diversa, di fisicit diverse, con capacit diverse... che vengono valorizzati affinch la diversit diventi ricchezza per tutti. c) La responsabilit della storia La terza sfida la responsabilit della storia. L'oggi della storia va interpretato ed assunto facendo lo sforzo di tenere insieme le varie sue dimensioni: la propria storia personale, quella del proprio territorio, della nazione, del continente, del mondo; la storia dei fatti, quella della cultura, quella dei mutamento sociali, piccoli e grandi. Non uno sforzo da poco; ma dev'essere lo sforzo naturale di un cammino di fede dell'animatore che lo porta ad una coscienza cristiana consapevole che la storia del mondo, in queste sue varie manifestazioni, , n pi n meno, che la storia della salvezza, la storia che Dio visita e rinnova, la storia in cui Dio continuamente offre chance agli uomini perch si lascino amare da Lui. Sapendo questa necessit di unit, questo bisogno di non farsi disintegrare dalla storia cos ricca di provocazioni, e proprio per operare la nostra responsabilit sulla storia, prende un rinnovato slancio il nostro tipico impegno per la formazione globale e permanente della coscienza. Una formazione globale che interessa in prima persona l'animatore e che gli permetta di ricucire i frammenti di s attorno alla presenza dello Spirito di Dio nella sua vita. Una formazione globale che sia base solida su cui affrontare le contingenze esprimendosi anche in attenzioni specifiche (politica, volontariato, pace...). d) La cattolicit come apertura verso il tutto La quarta sfida coinvolge i giovani in una cattolicit intesa come apertura verso il tutto. Nasce dall'urgenza del cammino ecumenico, centrato sulla ricerca di ci che essenziale e comune a tutti i credenti. Gli animatori si sentono personalmente impegnati in questa sfida, sfida che sollecita un cammino di fede basato sull'Evangelizzazione e la testimonianza della carit. BIBLIOGRAFIA AAVV, come animare un gruppo, Ed. LDC K. Vopel, manuale per animatori di gruppi, Ed. LDC Responsabuili di Pastorale Giovanile del triveneto, Testimoni... che altro?